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San-Fratello.com - Il web di San Fratello |
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IL CAVALLO SANFRATELLANO |
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Famosa per i suoi cavalli
allevati allo stato brado, San Fratello è una delle cittadine del Parco dei
Nebrodi tra le più interessanti per il suo rilevante patrimonio
storico-architettonico, etno-culturale, naturalistico-ambientale e
paesaggistico. Parlare oggi ed in breve delle origini e della storia della "Razza del Cavallo di San Fratello" è un pò come pretendere di riassumere in poche righe la storia millenaria della costa nord della Sicilia, la stupenda isola che lo ha visto nascere ed evolvere e che ancora oggi lo ospita. Negli ultimi tremila anni della sua storia la Sicilia ha dovuto sopportare più di ogni altro paese europeo il peso di dominazioni straniere. Tutti coloro che la governarono - (fossero essi greci, cartaginesi, romani, vandali, goti, bizantini, saraceni, normanni, svevi, spagnoli, francesi e, da ultimo italiani) - hanno scavato un solco nella sua fisionomia. Molti di questi conquistatori e colonizzatori stranieri finirono per sentirsi di casa nella omerica "isola meravigliosa" di Elio, dio del sole, nel paese di sogno degli antichi dove "tutto cresce senza essere seminato". Edrisi, geografo arabo di re Ruggero, definì la Sicilia "la prima terra per fertilità, popolazioni e antichità di cultura". Era un paese da tutti e per varie ragioni bramato, un eccezionale crocevia della storia nel quale si mescolavano "razze" e "civiltà" diverse. Un'isola contenitore di cultura, civiltà usi e costumi che di gran lunga ha anticipato i tempi, un "crogiuolo" dove tutto si è fuso, cre-ando il più prezioso degli ingredienti: la civiltà della cultura multietnica. Tutto ciò è ancora oggi chiaramente individuabile nei tratti fisionomici, pur così diversi dei suoi abitanti. Anche gli usi e costumi ne sono testimonianza tangibile. E testimonianza tangibile ne è il Cavallo Sanfratellano, frutto di ogni scambio storico avvenuto nei secoli sull'isola e miracolosamente conservato ancora oggi libero ed allo stato brado e in numero considerevole di capi (oltre 5.000 di cui 1.800 fattrici) in quello scenario unico ed incomparabile rappresentato dai Monti Nebrodi in provincia di Messina, oggi inclusi in un Parco Naturale che ne porta il nome. Il Cavallo Sanfratellano è il cavallo siciliano per eccellenza, creato dall'isola e per l'isola dalle genti (sicani, greci, cartaginesi, romani, vandali, goti, bizantini, saraceni, normanni, lombardi (piemontesi/liguri di Adelaide), svevi, iberici, spagnoli, francesi, italiani) che sull'isola hanno transitato, hanno vissuto, hanno prosperato (del periodo pre-romanico, possiamo citare il cavallo siciliano che godette di gran fama, tanto da suscitare la gelosia e l'ammirazione dei greci durante le storiche corse dei "Pizzie" e da spingere "Flavio Vegezio", già 400 anni prima dell'era volgare a citare le lodi "dell' Equus Sicanus"). Proprio perché la Sicilia era ed è tutt'oggi un'isola separata dai continenti, gran parte della storia del Sanfratellano è fortunatamente ancora oggi scrivibile sulla base di notizie certe e di deduzioni storiche attendibili e verosimili. Possiamo perciò documentare sulla razza equina di San Fratello l'intervento dei saraceni, profondi conoscitori di ippicoltura, venuti dal nord Africa nel 703 e dal 900 padroni incontrastati dell'Isola e "contrastati" unicamente dai Normanni che intorno al 1053 ne divennero i nuovi signori (dopo una guerra durata 28 anni tra il 1062 e il 1090), pur mantenendo una certa tolleranza verso i vari gruppi etnici locali, compresi i saraceni rifugiatisi nelle zone più impervie dell'Isola e sui monti (Nebrodi inclusi). Sul gruppo autoctono di fattrici locali (già di per sé frutto con ogni probabilità di scambi storici con greci-cartaginesi-romani-vandali-goti-bizantini) possiamo perciò, con ogni certezza storica, a scrivere a questo momento l'intervento saraceno e normanno. E certo ed estremamente importante può essere considerato l'apporto dei "cosidetti lombardi" (in realtà Piemontesi/Liguri) che si insediarono a San Fratello nel XI sec. E venuti al seguito dell'Aleramica Adelaide del Vasto (morta in Patti il 26/04/1118), terza moglie del Conte Ruggero e futura reggente del Regno di Sicilia e Puglia in quanto madre di Ruggero II, il Re Normanno di Sicilia più illuminato e nonno materno dell'Imperatore Federico (Ruggero) II di Svevia. Un ulteriore scambio avvenuto in periodo normanno deve con ogni probabilità essere ricercato intorno al 1130, anno in cui Ruggero II fu incoronato re a Palermo e momento in cui i Normanni unificarono la Sicilia con le Puglie e la Calabria ed il regno arrivava fino a 100 chilometri da Roma con grande interscambio di cavalli e cavalieri militari tra l'Isola e la terra ferma. A porre fine al prospero periodo normanno in Sicilia fu il matrimonio tra Enrico figlio del grande Barbarossa e Costanza, figlia di Ruggero II di Sicilia, avvenuto a Milano il 27 gennaio 1186 in uno dei pochi momenti di pace tra Federico di Svevia (Barbarossa) e la Lega Lombarda. Tre anni dopo (1189) il regno di Sicilia sarebbe passato allo svevo Enrico, che tuttavia potè occupare militarmente la Sicilia unicamente nel tardo autunno del 1194 con l'aiuto delle flotte pisana e genovese. Enrico VI potè perciò regnare in Sicilia solo con la violenza, poiché aveva condannato a morte o al carcere a vita centinaia di baroni siciliani contrari alla sua discesa. Enrico VI per grande fortuna dei siciliani morì dopo soli tre anni di regno, lasciando alla Sicilia la sua eredità più preziosa: (Federico-Ruggero) Federico II di Svevia. Fu all'età di 14 anni che Federico sposò Costanza d'Aragona, e con ogni probabilità inizialmente lo fece unicamente perché la sposa recava in dote 500 cavalli "iberici" e 500 cavalieri spagnoli che giunsero a Palermo nell'agosto del 1209. I cinquecento cavalieri spagnoli soggiacquero quasi tutti due mesi dopo a causa di una epidemia ed i "500 cavalli iberici" (la razza equina spagnola come noi la conosciamo oggi era anchessa ben lungi dall'essere formata) in gran parte stalloni, restarono in Sicilia a disposizione di Federico e dell'isola. Per sfuggire alla pestilenza, che aveva decimato gli spagnoli e molti isolani e che procurava diarrea e morte certa per dissenteria, Federico si ritirò con la moglie e la corte in campagna in una zona indenne nei pressi di Catania. Probabilmente fu li che deve essergli maturata l'idea di intraprendere un conflitto a fondo con l'in-terno dell'Isola, per assoggettarne gli ultimi territori ribelli, forte della sua grande mobilità militare, dovuta alla nuova cavalleria di cui disponeva. Ed è probabilmente così che ha diffuso "stalloni miglioratori" all'interno dell'isola e nelle zone più impervie dell'entroterra. Allo stesso modo (e cioè in conseguenza ai suoi spostamenti) Federico II ha introdotto cavalli Siculo-Orientali e Siculi in Germania e per interscambio (seppur numericamente irrilevante) cavalli nordici e tedeschi in Sicilia e Puglia al suo rientro. Innumerevoli altri episodi certi e storicamente documentati sono ascrivibili al periodo spagnolo sull'isola (in riferimento all'introduzione di cavalli Iberici del periodo), così come al periodo francese, al periodo post-garibaldino e piemontese col regno d'Italia, al periodo fascista e da ultimo al periodo italiano repubblicano a partire dal 15 maggio 1946, anno in cui la Sicilia divenne regione autonoma in seno allo stato italiano. Dal 1864 (anno di istituzione del "Deposito Cavalli Stalloni" di Catania) al 1925 (anno in cui furono create le speciali "Stazioni Selezionate Cavalline") non si dispone di materiale bibliografico certo, poiché a causa degli eventi bellici, gran parte dell'archivio dell'Istituto di Incremento Ippico di Catania è purtroppo andato distrutto. E' però certo che dal 1900 al 1925, nessun stallone di altre razze, se non l'autoctono Sanfratellano, fu impiegato nella zona. Storicamente, a partire dal 1925 nella zona tipica di allevamento del Sanfratellano furono introdotti stalloni di derivazione inglese (sangue non presente nella razza sino a questo momento) ed orientale di considerevole mole, perché a detta di alcuni, l'autoctono Sanfratellano, si presentava con una statura modesta e con alcuni difetti di base che occorreva "correggere". L'impiego di detti stalloni pare sia stato oculato e non indiscriminato ed è durato complessivamente una decina d'anni, forse modificandone i difetti pur senza intervenire sulle forme. A partire dal 1934/5 nelle stazioni selezionate furono introdotti sette stalloni, di cui uno derivato orientale (Bricco), due maremmani (Uscocco e Zello) e quattro derivati inglesi (Dardo, Errante, Elini, Maccarese), con lo scopo, più o meno motivato di fissarne i caratteri acquisiti. I migliori prodotti maschi di questi stalloni, furono acquistati dall'Istituto di Incremento Ippico di Catania per essere a loro volta impiegati sino al 1958 per il meticciamento interrazziale e concorsero quindi a completare la formazione dell'attuale modello del cavallo Sanfratellano. Tra questi stalloni, ricorderemo "Ottimo", "Obrano" (o Orbano?), "Oricello", "Ponte", "Totò" e "Biancofiore", facilmente individuabili nelle genealogie degli attuali Cavalli di San Fratello. Durante questo periodo del meticciamento selettivo, fu ridata una "spruzzata" di sangue maremmano in alcune famiglie del Sanfratellano (con la motivazione di rettificare le "pastoie cedevoli" lasciate da Maccarese e dai suoi eredi) introducendo in razza gli stalloni Zolfo, Zero, Zimbello (maremmani del periodo). Successivamente, l'allora direttore dell'Istituto di Incremento Ippico di Catania (con un intervento se non discutibile, quantomeno opinabile) Col. Paolo Marsala, importò dall'Ungheria ben cinque Stalloni Nonius (4 morelli ed un baio), al fine (a suo dire) di dare uniformità al mantello e aumentare le masse muscolari del Sanfratellano. Tali stalloni Nonius ungheresi furo impiegati per circa un decennio 1959-1969. A partire dal 1968-1969 furono nuovamente immessi in razza due stalloni maremmani di notevole mole e di buona morfologia: Caino e Castello, proseguendo quel lavoro di incrocio forse opinabile, ma mai interrotto, almeno in alcune famiglie del Sanfratellano, praticato unitamente al meticciamento selettivo interrazziale. Il patrimonio genetico di base del Sanfratellano è fortunatamente (o fortunosamente) risultato talmente potente, da uscire quasi indenne (per ciò che ci è dato di capire in assenza di studi scientifici-genetici approfonditi) da qualsiasi manipolazione attuata dall'uomo negli ultimi anni. D'altronde, secoli di selezione naturale effettuata dall'ambiente naturale dei Nebrodi, in cui il cavallo vive brado (unica razza in Europa e tra le poche al mondo che a tutt'oggi vive libera nel proprio ambiente d'origine primordiale in un numero così consistente di capi) e meticciamento più o meno naturale, ma lento, ed oculato nel tempo (grazie anche al fatto che la Sicilia è un'Isola e che i Nebrodi sono un'isola sull'Isola) hanno talmente stabilizzato le caratteristiche genetiche ed ereditarie del Sanfratellano, da renderlo per certi aspetti unico ed estremamente interessante: una sorta di "riassunto storico" della storia delle razze equine siciliane ed un vero e proprio "trattato" di genetica equina insulare. Un "testo" antico vivente, scritto dalla natura, dall'uomo e dalle vicende storiche, che più che raro è da considerare unico ed irripetibile, e perciò da conservare e da utilizzare in maniera avveduta e parsimoniosa per il futuro. Il Cavallo Sanfratellano dei Nebrodi è una preziosa eredità della storia che la Sicilia tutta e non solo il territorio dei Nebrodi, di buon grado, offre alle proprie giovani generazioni affinchè la propongano agli appassionati di equitazione, di zootecnia, di storia e di arte di ogni dove, nella certezza di essere in possesso di uno dei patrimoni di zootecnia e genetica equina più preziosi al mondo. Da sempre, a memoria storica documentata ed a memoria umana recente, in Sicilia nella zona dei Nebrodi si allevano ingenti quantitativi di cavalli allo stato brado. Il nostro augurio e la nostra speranza è che ciò che il passato e la storia ci hanno consegnato, ogni generazione lo sappia gelosamente custodire per consegnarlo alla successiva, così come i nostri avi ci hanno insegnato a fare. Cavalli dell'interpretazione di Giorgio De Chirico Grazie a ciò, oggi è possibile ad ognuno visitare la Sicilia ed immergersi nell'ambiente naturale del Parco dei Monti Nebrodi e galoppare con la fantasia, ma anche nella realtà, con un grande branco di cavalli bradi di oltre 5.000 capi, che in ogni stagione dell'anno e da mille anni lanciano i loro liberi nitriti al vento, al sole ed alla luna insulare, rammentando agli uomini, all'Europa ed al mondo la loro storia, la loro miracolosa sopravvivenza e ciò che più conta: la loro odierna presenza ed esistenza. Tiziano Bedonni (Tratto dal sito www.cavallosanfratellano.it) |
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