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San Benedetto nacque a
San Fratello (Messina) nel 1524 e morì a Palermo il 4 Aprile 1589. L'etimologia del
nome Benedetto è: "che augura il bene", dal latino.
San Benedetto è il primo Santo negro canonizzato il 24/5/1807 da Papa Pio
VII°.
E' compatrono, con Santa Rosalia, della diocesi di Palermo e patrono delle
città di San Fratello (ME) ed Acquedolci.(ME). San Benedetto (all'anagrafe Benedetto Manassari) nacque nel 1524
(come sopra
riportato) a San Fratello, cittadina in provincia di Messina,
da Diana
Larcari e Cristoforo Manassari entrambi cristiani discendenti da schiavi negri
portati dall'Africa. Fin
dall'età di dieci anni manifestò una tale spiccata tendenza per la
solitudine e la penitenza, che i suoi conoscenti presero a designarlo con
l'epiteto: "il santo moro".
Invece di frequentare la scuola Benedetto dovette condurre al pascolo il
gregge che suo padre aveva in custodia. Benché sprovvisto di scienza umana,
sotto la guida dello Spirito Santo egli fece rapidi progressi nella scienza
divina. Il lavoro non gli impedì di darsi incessantemente alla preghiera e
alla meditazione. Sovente
i compagni lo deridevano, lo ingiuriavano, gli facevano ogni sorta di
dispetti, ma egli sopportava tutto con pazienza e cercava di non prendere
parte ai loro giochi per non turbare la solitudine, tanto era grande il
bisogno che sentiva d'intrattenersi in pensieri di cielo. A diciotto anni
Benedetto era già in grado di provvedere da sé alle sue necessità e a quelle
dei poveri. Facendo economie era riuscito a comperare un paio di buoi.
Preoccupandosi di compiere la volontà di Dio nella condizione in cui lo
aveva fatto nascere, egli era contento della sua sorte e non pensava a
cambiare stato. Con la pietà santificava le più umili occupazioni.
Effettivamente mentre con le mani lavorava per procurarsi il cibo corporale,
con lo spirito s'infervorava alla considerazione delle verità eterne. In tale maniera egli fu un costante esempio di laboriosità e
di religiosità ai paesani. Tuttavia il Signore lo chiamava a un genere di
vita molto più perfetto. Nei dintorni di San Fratello viveva un giovane
signore, chiamato Girolamo Lanza. Dopo aver venduto i suoi beni, con il
consenso della moglie, costui si era ritirato nell'eremitaggio di Santa
Domenica per condurvi una vita penitente, simile a quella degli antichi
monaci della Tebaide e santificarsi seguendo alla lettera la regola di S.
Francesco d'Assisi. Un giorno, mentre camminava per la campagna, vide dei
mietitori che si burlavano di Benedetto. Lo guardò fissamente in volto, e
sotto i lineamenti di un negro, egli scoprì un'anima quanto mai candida.
Volgendosi allora a quegli insolenti, disse: "Voi vi fate beffe di questo
povero negro, ma sappiate che ben presto udirete parlare della sua fama".
Rivolgendosi poi al capo dei lavoratori aggiunse: "Vi raccomando Benedetto
perché tra non molto tempo mi verrà a raggiungere per farsi religioso".
Alcuni giorni dopo Fra Girolamo andò a trovare il "Santo Moro" nella capanna
che abitava. "Che cosa fai qui, Benedetto? - gli chiese -. Vendi i tuoi buoi
e vieni nel mio eremitaggio". Molto più generoso del giovane ricco del
Vangelo (Lc. c. XVIII) il servo di Dio accolse subito con generosità quell'invito.
Benché i buoi, frutto dei suoi sudori, rappresentassero per lui un grande
valore, credendo di udire la voce di Gesù Cristo che gli parlava per bocca
dell'eremita, andò subito a venderli, ne donò il prezzo ai poveri e, con il
consenso dei genitori, raggiunse Fra Girolamo nell'eremitaggio. Benedetto
aveva ventuno anni (1547). La vita del "Santo Moro" divenne nella solitudine
un continuo esercizio di penitenza. Spietato con il proprio corpo, egli
indossò un abito fatto con foglie di palma, si nutrì di legumi, si dissetò
con acqua. La buona fama di quei penitenti non tardò a divulgarsi nei
dintorni e la gente cominciò ad affluire al loro eremo per chiedere
consiglio e preghiere. Benedetto e i suoi compagni, temendo di dissiparsi a
quell'afflusso di devoti, si ritirarono prima nella vallata di Nazara e,
dopo otto anni, nella solitudine di Mancusa. In seguito ad un miracolo che
quivi Benedetto compì, i malati cominciarono ad accorrere a lui da ogni
parte. Gli eremiti decisero allora di trasferirsi presso Palermo, sul Monte
Pellegrino, già santificato dalla presenza di S. Rosalia. Colà si
costruirono delle povere celle, e con l'aiuto del viceré di Sicilia, fecero
edificare una cappella e un serbatoio di acqua. Alla morte di Fra Girolamo
gli eremiti scelsero Fra Benedetto come loro superiore. Egli fece ad essi da
guida fino al 1562, allorché da Pio IV furono riuniti all'Ordine Francescano
con la revoca dell'autorizzazione loro concessa da Giulio III nel 1550. Il
santo veramente aveva pensato di entrare tra i Cappuccini ma, dopo aver
pregato Maria SS. in un santuario di Palermo, si rivolse ai Frati Minori
dell'antica Osservanza i quali lo ricevettero nel loro convento di Santa
Maria di Gesù come semplice fratello laico. Per tre anni i superiori lo
mandarono a Sant'Anna di Giuliana, addetto ai più umili servizi, poi lo
richiamarono a svolgere le funzioni di cuoco a Palermo, a Santa Maria di
Gesù, dove visse fino alla morte. Severo con se stesso, Fra Benedetto fu
benevolo verso i confratelli, condiscendente alle loro necessità. Nella
misura del possibile si adoperava per preparare quanto sapeva essere di loro
gradimento. Durante un capitolo provinciale, essendo stata sospesa la
questua a causa di una eccezionale nevicata, le provviste nel convento
vennero a mancare. Il cuoco non perse la sua abituale serenità. Prima del
riposo notturno, un giorno, con il suo aiutante, riempì di acqua i vasi più
grandi che si trovavano in cucina, poi, con una sconfinata fiducia nella
Provvidenza divina, si pose in preghiera per tutta la notte. La mattina dopo
si recò con il suo aiutante in cucina e trovò nei vasi tanta quantità di
pesci ancora palpitanti che bastarono al fabbisogno di tutta la comunità. Un
giorno di Natale egli si era lasciato assorbire talmente dall'orazione, che
si dimenticò di preparare il pranzo al quale doveva prendere parte anche
l'arcivescovo di Palermo, venuto a officiare nella chiesa del convento. Fra
Benedetto come al solito non perdette la fiducia in Dio. Disse ai
confratelli che potevano ugualmente prendere posto in refettorio e, in un
batter d'occhio, servì loro le pietanze preparate alla perfezione da due
giovani vestiti di bianco, apparsi nella cucina. Miracoli di tal genere si
rinnovarono diverse volte per intercessione del "Santo Moro". Non meraviglia
quindi che il capitolo generale del 1578, avendo eretto in Casa di riforma
il convento di Santa Maria, abbia sentito il bisogno di nominare Guardiano
l'umile Benedetto, benché non sapesse né leggere, né scrivere. Costui
supplicò, scongiurò di essere esonerato da quella carica dicendo che non era
conveniente che alla testa di religiosi sacerdoti fosse posto un fratello
laico. Per vincere la sua resistenza gli fu dato il precetto in virtù di
ubbidienza. Il modo di governare di Fra Benedetto giustificò in pieno la
scelta dei superiori. Rispettoso verso i padri, caritatevole verso i
fratelli, condiscendente verso i novizi, il nuovo Guardiano fu da tutti
rispettato, amato e ubbidito senza che nessuno fosse tentato di abusare del
suo spirito di umiltà. Un giorno gli capitò di punire un novizio per una
colpa grave della quale in seguito fu riconosciuto innocente. Il santo,
appena conobbe lo sbaglio, si inginocchiò davanti al novizio e, con
ammirazione ed edificazione di tutta la comunità, gli chiese perdono. Da tre
anni Fra Benedetto era Guardiano di Santa Maria, quando dovette recarsi al
capitolo che si teneva ad Agrigento. La folla fu tanto numerosa sul suo
passaggio che parecchie volte egli dovette fuggire per evitarla, oppure
camminare durante la notte. Ad Agrigento fu ricevuto in trionfo.
L'entusiasmo popolare era provocato dai miracoli che il Santo operava a
favore dei malati e dei poveri. Sembrava infatti che il cielo gli avesse
dato ogni potere sulla vita e sulla morte. La fiducia che Fra Benedetto
riponeva in Dio per tutte le più svariate necessità non aveva limiti. Al
fratello portinaio aveva raccomandato di non rifiutare l'elemosina ai
mendicanti che si presentavano. Un giorno costui, avendo costatato, dopo una
distribuzione di pane, che gliene restava appena a sufficienza per la
refezione dei religiosi, aveva rimandato a mani vuote un certo numero di
poveri. Benedetto, incontratili, li ricondusse al convento e disse al
portinaio: "Poco importa che i pani siano appena sufficienti per i
confratelli. Fate l'elemosina a questi bisognosi e la Provvidenza di Dio non
verrà meno". Il portinaio ubbidì e al momento della refezione si costatò che
nella madia c'erano più pani di quanti non ce ne fossero prima della
distribuzione. Fra Benedetto diede ai suoi religiosi l'esempio di tutte le
virtù. Egli era il primo al coro, agli esercizi della comunità, nella visita
dei malati, nei lavori più umili e più pesanti. Allo scadere della carica, i
confratelli, per non separarsi da lui lo nominarono successivamente vicario
e maestro dei novizi. Nel dirigerli egli diede prova di una inalterabile
dolcezza e di una consumata prudenza. I novizi trovarono in lui una guida
sicura, un consigliere illuminato, un padre pieno di tenerezza. Dopo
Mattutino era solito spiegare loro le lezioni della Sacra Scrittura recitata
nel coro, e svilupparne il senso con una sorprendente facilità. Egli
possedeva in modo manifesto il dono della scienza infusa. Gli capitò infatti
di dare risposte molto acute a maestri di teologia venuti per consultarlo. A
tale dono si univa quello della scrutazione dei cuori. Più di una volta gli
capitò di svelare ai novizi le tentazioni che non osavano manifestargli e di
aiutarli a superarle. Da maestro del noviziato Fra Benedetto ridivenne
cuoco. Egli fu felice di ritrovare la vita di nascondimento che aveva sempre
desiderato. Anche in cucina però fu assediato continuamente da ricchi e da
poveri. Per ubbidienza riceveva tutti e a tutti rispondeva con inalterabile
pazienza. Nel suo grande spirito di mortificazione fu sempre fedele alle
sette quaresime annuali, sull'esempio di S. Francesco. Il tempo che gli
rimaneva libero, e buona parte della notte, lo impiegava a pregare per la
conversione dei peccatori e le necessità della Chiesa. Nel mese di febbraio
del 1589 il santo cadde gravemente malato, e Dio gli rivelò che si
avvicinava il termine della sua vita. Quando ricevette gli ultimi
sacramenti, S. Orsola, verso la quale nutriva una grande devozione, gli
apparve inondando la cella di una luce meravigliosa. Morì il 4-4-1589. Pio
VII lo canonizzò il 24-5-1807. Le sue reliquie sono venerate a Palermo nella
chiesa di Santa Maria di Gesù. Benedetto XIV ne aveva riconosciuto il culto
il 15-5-1743.
Il suo culto si diffuse dalla Sicilia in tutta Italia, in Spagna, nel resto
dell'Europa e anche diffuse dalla Sicilia in tutta Italia, in Spagna, nel
resto dell'Europa e anche nelI'America del Sud, dove divenne il protettore
delle popolazioni negre. Il senato di Palermo nel 1713 lo scelse come
patrono della città. Benedetto XIV lo beatificò nel 1743 e Pio VII lo
canonizzò il 24 maggio 1807.
La sua festa si celebra a Palermo il 4 aprile, a San Fratello il 17
Settembre e ad Acquedolci nel mese di Agosto. |